Les Spécialistes

Les Spécialistes. Una delle vie più celebri di quella che fu l’età dell’oro dell’arrampicata sportiva. Uno strapiombo nascosto tra gli anfratti delle Gole del Verdon. Salito ormai trent’anni fa, a fine agosto 1987, segnò l’avvento di un grado per quell’epoca quasi impensabile: 8c. E fu teatro di una memorabile battaglia personale fra Jean-Baptiste Tribout e Patrick Edlinger.
Tribout si aggiudicò la prima libera, con qualche stratagemma emblematico dello spirito competitivo degli anni ’80 (e in Italia ci furono storie simili per vie assai meno quotate). Ma Edlinger si prese la sua rivincita facendo la prima ripetizione e aggiustando al ribasso la quotazione della via, ma soprattutto umiliando Tribout in una competizione ufficiale di poco successiva, a Snowbird, negli Stati Uniti, dove la posta in gioco tra i due era diventata, molto semplicemente, stabilire chi era il più forte. Il Biondo salì ben 16 metri più in alto del rivale!
La via ha avuto diverse ripetizioni, tra le quali spicca la prima femminile di Nina Caprez, avvenuta solo nella primavera del 2013 (e cioè 25 anni più tardi). Nina, che ha fatto molti tentativi sulla via (su Youtube si trova un video in cui cade all’ultima presa…), accoglie la quotazione di 8b+. Ma sottolinea che si tratta della via più dura che lei abbia mai salito. Più dura anche degli 8c. E non per questioni di stile, visto che quegli 8c erano soprattutto strapiombi.

Ecco il racconto di Tribout.
“Fu Pschitt, alias Jacques Perrier, a farne la scoperta durante i sopralluoghi per l’ambientazione del famoso film di Patrice Leconte Les Specialistes. Chiodai la via con l’aiuto di Didier Raboutou, fondamentale per attrezzare lo strapiombo, e ben presto cominciai a provarla. Capii immediatamente che avevo sotto le mani un vero gioiello, una via da sogno. La voce circolò in un baleno nel piccolo ambiente dei top-climber dell’epoca e giunse in breve a Edlinger. Nel frattempo io moltiplicavo i tentativi, e, poco a poco, cominciavo a crederci.
La sera, da Lou Cafetié per bere una birra, era immancabilmente l’argomento del giorno e tutti sapevano che ero vicino a farla. Quel bar radunava tutto il microcosmo dell’epoca e il Verdon era strapieno di arrampicatori. Era “the spot to be”. I camping avevano sempre il tutto esaurito, l’abbigliamento era iper-colorato, con i pantacollant più incredibili, e la marca più in voga di materiale aveva appena fatto uscire l’imbrago “Jump”, tutto rosa e giallo fosforescente. Ne avevano persino regalato dei campioni al belvedere de La Carelle: cofano aperto, e via, uno per ogni arrampicatore: una delle prime operazioni commerciali di quel tempo. I look erano deliranti: dal pantalone stracciato al pullover hippie, i capelli spesso lunghi e sporchi, l’orecchino e l’accessorio indispensabile: la sigaretta rollata col tabacco, poiché quasi tutti fumavano. E non solo tabacco, ovviamente.
Altra caratteristica dell’epoca: gli scalatori erano tutti magrissimi, ai limiti dell’anoressia. Io ad esempio passavo tutte le mattine quindici minuti immerso in una pozza d’acqua gelata, in uno degli affluenti del Verdon, per dimagrire e diventare più agguerrito. Spesso uscivo che ero blu. Idea quantomeno fantasiosa, direte voi, ma tipica dello sperimentalismo e della moltitudine di teorie di quel tempo.
L’estate era calda, e io me ne tornai qualche giorno a casa in attesa di un calo delle temperature. Ma al mio ritorno quale fu la sorpresa? Les Spé era piena di nuovi segni di magnesite: qualcuno la stava provando! Seppi quasi subito che si trattava di Edlinger e mi infuriai. Va detto che non correva affatto buon sangue e, in sintonia col gruppo dei “parigini”, reputavamo che il successo mediatico di Edlinger fosse del tutto sproporzionato al suo reale livello, visto che eravamo stati noi a salire i primi 8a, 8a+, 8b, 8b+, oltre ad aver ripetuto la maggior parte delle vie più dure al mondo. Insomma, fu guerra.
Questo episodio mi aveva dato la rabbia giusta, ero deciso a non schiodare più dal Verdon finché non l’avessi liberata. Sfortunatamente un evento imprevisto mi costrinse a tornare subito a casa. Che dilemma!  Ma trovai la soluzione: la reglette finale era un po’ instabile, e sapevo che avrei dovuto consolidarla. Da qui la mia idea di staccarla e portarmela a casa.
Che goduria: la via non poteva esser fatta ed ero tranquillo! Anche se va spiegato che in quegli anni (spazi enormi di roccia ancora vergine, e niente trapano!), attrezzare una nuova via voleva dire che il chiodatore aveva l’esclusiva finché non faceva la prima libera. Era la regola.
Tornato qualche giorno dopo, un po’ di Sika e la tacca era di nuovo al suo posto. Ripresi i tentativi e finalmente la feci. La via divenne ancor più famosa grazie alla seconda salita di Patrick, il quale naturalmente la sgradò a 8b+. La guerra è guerra, e io al suo posto avrei probabilmente fatto altrettanto”.
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