Le luci di Sperlonga

Prima che il Grande Spettacolo finisca, prima che le luci si spengano e tutto rientri nel silenzio, vorremmo saper rispondere a una semplice domanda. Vale qualcosa quel poco, quel tanto, che ho fatto?

Papà ti piace il mio disegno? Mamma guarda come so saltar giù al volo dall’altalena! Signora maestra, è giusto il mio esercizio? Ho fatto errori nel dettato?

Che voto ho preso? Quanto sono stato bravo?

“Luca dimmi una cosa, una cosa soltanto: sono stata, almeno un po’, una buona mamma?”

E poi qualche stupido si meraviglia che un altro stupido dia importanza al grado di una via. Che ci si impunti, che ci si imbamboli, che ci si ostini, anche a giorni o mesi di distanza per capire se tanto sudore, tanta volontà e tante energie spese per qualcosa di quasi assurdo valgano un sei-bi o un sei-bi-più. Un sette, o un otto, o un quattro meno meno.

Sono arrivato alla sufficienza? Dove posso ritirare la mia pagella?

E così, dopo che sei stato un bambino come tanti. Dopo non aver vinto nessuna medaglia se non quelle “di partecipazione”. Dopo che a scuola ti sei confuso con altri cento che erano un po’ meglio e un po’ peggio di te. Dopo aver visto che al parco, giocando a pallone, non sei riuscito quasi mai a fare gol e spesso ti mettevano in porta. Dopo che hai deciso, alla corsa campestre della terza media, di procurarti almeno qualche minuto di gloria, e sei scattato al via come un forsennato, passando in testa al primo dei cinque giri previsti, ma crollando poco dopo in seconda, terza, decima, cinquantesima posizione: fingendo platealmente che è stata una brutta storta a fermarti. Quand’era invece solo l’affanno infinito, e preventivato, di due gambe e un cuore senza particolari virtù.

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Dopo che ti sei tenuto dentro, così a lungo, tutta l’ambizione e la passione non ricambiata del più banale terreno simbolico di un ragazzino, lo sport, perché mai sei riuscito a fare quel gradino in più: nel minibasket, dove passavi sempre la palla perché sapevi che nel canestro non saresti stato capace di mandarla; nel nuoto, dove nuotavi mediocremente nella media; nel baseball, dove eri riserva, oppure (nei momenti supremi!) giocavi da esterno, laggiù sperduto nel prato; o nella pallavolo, ai tempi del ginnasio, dove ti eri inventato che saresti stato “alzatore”.
Dopo tutto questo.
Ti svegli una mattina a diciannove anni, e pensi che la partita forse non è ancora persa. Pensi: in questa cosa riesco.
Finalmente una cosa, un’unica cosa, in cui riesco.
Forse è perché questo sport lo facciamo in dieci o in venti in tutta Roma (corre l’anno 1985). Forse perché tra questi venti, io sono tra i quattro o cinque che l’ha presa più sul serio.
Forse perché (mi accorgo, confrontandomi agli altri) ho le mani piccole: e le mie dita corte riescono ad arcuare e tenere le tacche, oppure si infilano meglio nei buchetti… La bilancia dice che peso 60 chili per un metro e settancinque. “Eh! – dicono tutti – si vede che hai le ossa leggere!”

Allora comincio a fare qualche calcolo, per vedere se riesco in extremis, all’ultima fermata della mia infanzia, a guadagnarmi una pagella che sia – per una volta – la prova inconfutabile di un qualche oscuro talento.

Vediamo un po’. Kajagoogoo. Il primo 7a del centro Italia. Ci sono tre salite. Tre almeno quelle dei romani (quelli del nord, Andrea Gallo ecc., non contano: mi sto apparecchiando in testa un piccolo campionato regionale). Primo Stefano (Finocchi), secondo Andrea (Di Bari), terzo Jolly (Lamberti). E poi?

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C’è bagarre per il quarto posto. Ignazio è quello che sembra esserci più vicino. Siamo fuori dalla zona “medaglie”, è vero. Ma ti rendi conto cosa vorrebbe dire arrivare subito dopo quei tre? Riuscire a liberare un 7a? (Scala UIAA = VIII grado!). Una cosa da sentirsi davvero importanti. Un sogno.

Una domenica, a Sperlonga, guardo con attenzione Andrea mentre sale. Nei tre metri che precedono il passaggio chiave lo vedo sfruttare dei verticali sulla sinistra. Studio tutto meticolosamente, e registro nella memoria. Guardo dove mette i piedi nel momento in cui deve bloccare sul famigerato monodito (la goccia!). Poi, quando ci incontriamo, gli chiedo ulteriori dettagli.
La settimana dopo ci provo: finalmente quel che mi sembrava impossibile comincia ad apparire più umano.
Faccio vari resting, però mi vengono tutti i movimenti, compreso l’ultimo: il più difficile. Ogni alzata di piede, ogni moschettonaggio, ha un suo come e quando. Non ho mai studiato una via in questo modo. Conosco ogni più piccolo spostamento di piedi. La parete è tempestata di puntini bianchi di magnesia per individuare in fretta i piccolissimi appoggi.
Siamo a novembre.
Ignazio – dicevo – è in vantaggio, e infatti sarà il quarto romano a liberare Kajagoogoo.
Io intanto, su suggerimento di Stefano, sono andato a provare anche Blues per Allah: un tiro a metà del paretone, che supera un breve strapiombo. Valutazione proposta da Stefano: 7a+. Come sempre, due le ripetizioni fino a quel momento: Andrea e Jolly.
Stefano mi ha consigliato davvero bene. Il passaggio mi viene: è un boulder. La settimana dopo (8-12-85: ho la data annotata sul mio taccuino storico!) riesco a farlo in libera. Torno giù dal mozzarellaro, e lì ha luogo la prima “svalutazione ufficiale ad personam” della storia dell’arrampicata sportiva romana: Andrea mi chiede: “Quanto sarà?”. Non ho il tempo di dire niente e lui taglia corto: “7a, vero?”. Certo Andrea, sarà come dici tu. E’ la prima via che faccio di quel grado. Dimmi pure che è solo 7a. Io sono felice, e sono il quarto in assoluto ad esserci passato in libera.
Trascorrono altri sei giorni e riesco a liberare Kajagoogoo, in un’indimenticabile giornata in cui scalo col Medioverme (Roberto).

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Finalmente la mia pagella risplende. Due setteà!!!
Finalmente una cosa in cui riesco. Qualche mese dopo salgo anche Polvere di Stelle, 7b (ma chi ci mette le mani oggi dice che sarà 7c, passando rigorosamente a destra del diedro, eh…).

No, mi rendo conto. Non è più la partita dell’infanzia che mi sto giocando. Quella partita oramai è chiusa, è andata così.
E’ piuttosto un modo per continuare a giocare: giocare col pensiero (e quindi fingere): sono bravo, e riesco in qualcosa. E giocare con i miei amici, ogni domenica, a chi riesce per primo (o per secondo, o per terzo…) su un passaggio. Giocare a sfotterci l’un l’altro, mentre ci facciamo sicura. Giocare a scoprire e dirci a vicenda i passaggi. A discutere sui gradi per ore. A fare i “botti” (dicevamo così). A spaccarci la pelle su appigli taglienti.

Un gioco e nulla più. Innocente, simbolico, spietato e condiviso insieme.
E in quei momenti, sulle rocce di Sperlonga, le luci del Grande Spettacolo brillano come non mai.

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