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November 8, 2011 Posted by Bibez in Opinioni

Una testa come optional

 

di Elettra

“Ma è vera questa storia che tutte le allieve di Jolly fanno almeno il 7a?”

Passo in rapida rassegna mentale le allieve di Jolly che conosco e al mio amico rispondo che in linea di massima è vero. La domanda successiva ovviamente è “E te? Perché non…” Fortunatamente una risata condivisa lascia in sospeso l’interrogativo, al quale, di certo, non avrei saputo dare una risposta seria.

Già, ma volendo proprio rispondere, perché io non faccio il 7a? Neanche il 6c, a dire il vero. Mi alleno poco? Non vado mai fuori? Non sono portata?

In realtà non mi alleno poco, semmai non mi alleno duramente. Non vado fuori, è vero, ma vorrei andarci. Non sono portata, ma forse non meno di altre.

Ci sono tante risposte che aleggiano nell’aria, le stesse che ho sentito milioni di volte, le stesse che annoiano sempre tutti (e che non mi hanno mai convinta), ma che tutti tirano fuori per risolvere il loro personale conflitto.

A cominciare da “quello è forte perché ha tanto tempo per scalare” (basta levarne un po’ a facebook), passando per “la spalla, le dita, la schiena e l’infortunio del giorno” (io al massimo potrei avere la chiappa indolenzita dal tappetone o il timpano perforato dal gossip). La più gettonata resta sempre lei: “tutti possiamo fare il 7a (lei) o l’8a (lui), basta metterci la testa”, “in molti mi dicono che potrei fare molto di più, è solo un problema di testa!”

Due aspetti mi hanno sempre sorpreso di questa motivazione.

Il primo è il valore marginale che tutti gli danno, come fosse un optional minore rispetto a una grande dotazione. Riconoscono sì che quell’optional ti permette di fare il salto di qualità, ma lo sminuiscono assegnandogli il valore della ciliegina sulla torta. A me invece suona tanto come “potrei giocare a basket se non fossi un nano” o “potrei vincere un premio nobel se solo avessi la testa”… Ma va?

Il secondo aspetto, forse il peggiore, è dare per scontato che anche la testa sia una questione di allenamento, con la facile scappatoia di giustificare tutto con la pigrizia: non sono forte perché non ho la testa, non ho la testa perché non mi alleno abbastanza, non mi alleno perché sono pigro. Quindi non arrivo là dove potrei arrivare solo per pigrizia. (A parte che lo trovo un modo molto squallido per sminuire i successi degli altri e giustificare i propri fallimenti.  Ma poi: da dove nasce questa convinzione che tutto si risolve con l’allenamento, dal momento che loro non l’hanno potuto o voluto sperimentare?)

Non voglio addentrami su argomenti che conosco poco. Dottori, sportivi o psicologi saranno sicuramente più preparati della sottoscritta sull’argomento “testa”. Sapranno loro se è veramente solo la ciliegina sulla torta, se è allenabile come e quanto un muscolo, se ha dei limiti come e quanto un muscolo, se la pigrizia non sia la difesa mentale migliore contro un sicuro insuccesso.

Da ignorante in materia provo comunque a dare una risposta al mio caso: secondo me, come per gli altri, è una questione di testa, ma la testa che ho in mente io pesa come un macigno nel cesto delle potenzialità, e credo sia un dono raro che puoi allenare solo entro certi limiti. Del resto lo stesso Messner afferma di avere cuore e polmoni nella norma, e Bonatti sottolineava spesso che non fu certo il fisico a salvargli la vita tante volte. La loro più grande dote è stata la testa.

“Il successo negli sport è riservato a chi ha la testa quasi vuota”. L’ho letto in un libro di Franzen e non credo avesse un’accezione negativa. Non dice che lo sportivo di successo deve essere stupido. La testa più che vuota deve essere capace di svuotarsi, mettendo da parte l’inutile e il nocivo. E investendo tutto sull’emergenza del momento. La mia testa invece si svuota delle operazioni essenziali, tipo respirare, e si riempie di paure, ansie da prestazione, stress, caos. Anche per questo credo di non essere portata.

Quando il mio fisico è stanco e le braccia acciaiate, la mia testa non è lucida, è più stanca del fisico stanco, è sfinita direi e, poco prima di spegnersi definitivamente, invia gli ultimi impulsi a caso, raramente utili. Per questo non mi alleno duramente.

La mia testa non ha il coraggio di avventurarsi su nuove vie impegnative, ma non ha neanche la costanza di riprovare troppe volte le vie già provate. Entrambe le attività richiedono un sforzo e una fatica mentale che i miei neuroni non reggono, o che reggono per brevi periodi. Per questo vado poco fuori e se ci vado per un mese di fila, devono passarne almeno 3 per riprendermi dalla fatica mentale, e poi altri 3 per preparami a gestire nuovamente quella fatica. Passati 6 mesi ti è passata anche la fantasia e preferisci startene a casa.

Mi piace andare in palestra e allenarmi in compagnia in modo blando. Mi piace andare fuori e provarmi i 5c facili, ma dopo un po’ la testa cerca altro, qualcosa di più impegnativo, e si ritrova incastrata tra un desiderio che prevede fatica e l’incapacità di saperla gestire e accettare. Mi voglio provare il 6b e, nonostante per molti sia solo un 6b, so che la mia testa dovrà faticare tanto, con l’aggravante che questa fatica rischia di non essere ripagata dal risultato. Che faccio? Lo provo? Ogni tanto provo e ogni tanto rinuncio, a fasi alterne lascio o metto il freno. Devo ammettere che quando provo e riesco sono stracontenta, sia per il risultato che per l’orgoglio di aver spinto la testa un po’ più in là del compitino.

Poi, vuoi mettere, torni in palestra e gli amici ti fanno i complimenti per il tuo mediocre risultato. Jolly, incuriosito, ti rivolge la parola “ho sentito che ti facevano i complimenti. Che hai fatto?” Orgogliosa rispondo “un 6b!” Lui, con un sorriso, accenna un timido “ah” e, ancora una volta, una risata condivisa prende il posto delle parole per mascherare l’evidente imbarazzo di entrambi.

 

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